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Simulando contentezza di andare in America

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E' il racconto della vita dei due fratelli Tiraboschi emigrati nel 1931 da Zambla Alta in Argentina alla ricerca di lavoro e di un futuro migliore al di là dell'Oceano Atlantico. Una copia del volume è stata donata a Papa Francesco.
Contributo: 10,00 €
Descrizione

Ci sono alcuni testi la cui importanza non è ascrivibile ai caratteri propriamente letterari in senso stretto, oppure alle connotazioni tipiche del saggio storico o dell’espressione lirica, bensì è connessa alla capacità di comunicare e trasmettere con parole semplici e immediate - caratteristiche del linguaggio verbale di tutti i giorni - il senso compiuto di un’esperienza, assieme ai diversi elementi concreti che l’hanno caratterizzata nel corso degli anni. Sono gli eventi della vita quotidiana che assurgono a fatti storici. E quando le vicende narrate si riferiscono a quel grande fenomeno sociale che è stata l’emigrazione italiana nel mondo, il racconto stimola ancor di più l’interesse del lettore, che nelle vicende del protagonista intravvede l’esperienza analoga di qualche familiare, parente o amico, se consideriamo che l’emigrazione sino a tutta la prima metà del Novecento ha contrassegnato l’esistenza di gran parte delle famiglie rurali sulle montagne orobiche.
Il memoriale - perché di questo si tratta - scritto da Agostino Tiraboschi (Zambla Alta, 1905 - Córdoba, 1989), anche per conto del fratello Fran­cesco, conserva e trasmette proprio queste caratteristiche, ossia riesce a evidenziare soprattutto il dramma umano e il carico di sofferenze - il più delle volte intime e nascoste - proprie della condizione dell’emigrante. Gli aspetti personali e le vicende di tutti i giorni dei protagonisti prevalgono sui punti di vista generali e storici del fenomeno in quanto tale. L’emigrazione, ancor prima che una questione sociale, ha rappresentato, sul piano personale, sradicamento e avventura, coraggio e intraprendenza, una proposta di miglioramento delle condizioni di vita delle singole persone e delle rispettive famiglie, da perseguire attraverso la spasmodica ricerca di un lavoro anche in terre lontane e sconosciute.
Agostino e Francesco Tiraboschi sono due persone qualunque e non vantano titoli o condizioni sociali particolari. La loro è stata, per così dire, un’esistenza simile a quella di migliaia di emigranti bergamaschi, e quindi una memoria “vicina”, appartenente cioè alla vita del popolo, e le vicende narrate sono esemplificative di situazioni assai diffuse e di comportamenti praticati da molti nel periodo storico in esame. Tale connotazione consente di avvicinare le giovani generazioni alla percezione della questione migratoria, gli studenti di Zambla e di tutta la Valle Serina alle vicende trascorse dai loro padri, prendendo lo spunto dalla lettura di testimonianze concrete, ricche (soprattutto al giorno d’oggi) di valori e significati. Studiare o semplicemente osservare l’emigrazione a partire da queste fonti (memorie, epistolari, diari, testimonianze orali) consente di dare un senso immediato e “appartenente” a fatti e situazioni altrimenti di difficile comprensione e per loro natura assai lontani dalla vita quotidiana dei giovani nel contesto attuale.
Per chi si occupa di emigrazione, questo è materiale di prim’ordine. L’importanza è riposta proprio nel valore della testimonianza diretta e non mediata, e quindi per sua natura meglio aderente alla realtà. Il memoriale dei fratelli Tiraboschi, nella fattispecie, consente di aggiungere un altro tassello alla raccolta delle fonti per lo studio dell’emigrazione bergamasca e, soprattutto per la Valle Serina, rappresenta un documento di indiscutibile valore, pur sintetico ed essenziale, per meglio comprendere che cosa è stata per quel territorio l’emigrazione in generale, poi quella in Argentina. Il testo, infatti, consente di tracciare anche una sorta di geografia umana circa la presenza in questo paese latino-americano di individui provenienti dalla valle. All’estero, inoltre, anche in territori assai lontani, molti emigranti hanno continuato a sviluppare relazioni patrie, partecipate e vissute in profondità, al punto da costituire micro comunità di Italiani oltre i confini nazionali (Little Italy). Dalla lettura del memoriale, infatti, emergono intrecci dei due fratelli Tiraboschi con Santiago Carrara, alcuni esponenti della famiglia Rizzi, Francesco Tiraboschi della Locanda Serina di Piquillin e altri valserinesi operanti nell’area. Tutte queste persone, considerate nel loro insieme, pur tra le notevoli e varie difficoltà che la vita ha loro riservato, non sono stati ad aspettare che la “fortuna” si accorgesse anche di loro, ma si sono dati da fare in prima persona, accettando di svolgere anche lavori assai faticosi e in condizioni umili, pur di sbarcare il lunario e dare un senso compiuto alla loro esistenza. Per poter dire che tanti sacrifici non erano stati compiuti invano. Hanno cioè saputo “fare”, attribuendo al lavoro una funzione di riscatto sociale, valorizzando gli aspetti positivi della loro esperienza, ma sono stati anche in grado di produrre memoria, sostenendo azioni di sviluppo prudenti e concrete, affinchè rimanesse traccia del loro operato nel progresso delle rispettive famiglie. Hanno agito. Un intento ben riuscito. Agostino, poi, ha avuto anche la sensibilità di scrivere un diario, annotando i principali eventi della sua esistenza in terra straniera, sulla base del quale ha potuto offrire molti anni dopo questo memoriale.
Nel corso di un’indagine sui percorsi e i caratteri salienti dell’emigrazione lombarda in Argentina, condotta sul campo dal Centro Studi Valle Imagna e conclusa pochi anni or sono1, abbiamo conosciuto nella città di Córdoba alcuni figli di Agostino Tiraboschi, l’autore delle Memorie, che ancora oggi vivono in quel Paese latino-americano e continuano così a percorrere la via tracciata inizialmente dal padre e dallo zio nel 1931. La signora Adriana, in modo particolare, ci ha accolti con generosità nella sua casa e ha accettato di trasmettere la testimonianza riferita all’esperienza migratoria della famiglia, confluita in una recente pubblicazione2. In quella circostanza essa ci ha consegnato pure il memoriale scritto, ultimato e firmato di pugno dal papà Agostino il 18 giugno 1978. Esso è composto da ventisette fogli di grande formato, numerati progressivamente nella parte superiore destra e vergati con penna a sfera e inchiostro di colore nero. Si tratta sicuramente di una bella copia, recante l’iscrizione degli accadimenti salienti già appuntati su un quadernetto, che Agostino aveva iniziato nei primi anni Trenta a Cañada Seca (in provincia di Buenos Aires), poi a Córdoba e Piquillin (in Provincia di Córdoba), quindi a Malbran (in provincia di Santiago del Estero), sul quale annotava le sue tristi memorie, una quantità di cose e appunti di vario genere. Non sappiamo se questo “diario di emigrazione” esista ancora, ma se così fosse, come noi auspichiamo che sia, dalla lettura integrale dello stesso potremmo attingere sicuramente ad una maggiore quantità di informazioni, sicuramente ancora più fresche e meno mediate dai ripensamenti certamente avvenuti a distanza di tempo. L’assenza di errori e la calligrafia ordinata denotano la particolare attenzione dell’autore nel trasferire correttamente ricordi e significati, onde limitare le licenze interpretative di terze persone, che già rappresentano un pericolo nella fase della traduzione dallo spagnolo (castigliano), in cui è stato redatto il memoriale, all’italiano corrente. Alla traduzione letterale del documento sono state riportate integralmente alcune espressioni tipiche e determinati lemmi di uso comune e assai efficaci utilizzati anche da Agostino, per meglio rendere il senso delle azioni descritte. Tali vocaboli sono stati postillati dal curatore con opportune e sintetiche annotazioni a pie’ di pagina.
Dal punto di vista della struttura del testo, il memoriale procede per capitoli chiave, i quali seguono le tappe cronologiche salienti del percorso migratorio dei due fratelli, da un continente all’altro: Italia, Argen­tina, Cañada Seca, Córdoba, Piquillin, Malbran, Buenos Aires e, infine, ancora Córdoba. Agostino, nel ricostruire le fasi principali della sua vita durante oltre quarantasette anni di emigrazione, utilizza come riferimento le località raggiunte, dove ha vissuto, ha lavorato e ha incontrato veri e falsi amici, anche tra i connazionali. Per ogni località esplorata, egli non si dilunga in altre descrizioni, ma si limita a riportare alla luce gli episodi che hanno caratterizzato la sua esperienza, così da non disperdere e confondere in troppi rivoli la traccia del vissuto personale. Al termine di ogni capitoletto, poi, quasi a mo’ di chiusa, egli conclude quasi sempre allo stesso modo: Non parleremo più di… È come se volesse, attraverso questo escamotage narrativo, rafforzare la certezza e la compiutezza delle informazioni offerte e corrispondenti a capitoli della propria vita, che a un certo punto si chiudono definitivamente e dalle quali non si può tornare indietro. L’emigrante ha assimilato più di altri il senso pratico della storia e del divenire delle cose.
Per quanto concerne, invece, il contenuto del memoriale, probabilmente ci troviamo di fronte a una persona desiderosa di testimoniare alcuni caratteri della propria esistenza, circostanziando gli accadimenti principali con i nomi delle località conosciute e delle persone incontrate, inserendo qua e là anche valutazioni e giudizi, ma sempre calati nell’esperienza diretta del vissuto personale.
Cosa abbia spinto Agostino a scrivere le sue memorie nel 1978, a distanza di tanti anni dal suo primo ingresso in Argentina, non ci è dato di sapere. La domanda è certamente legittima e stimola la nostra curiosità, la quale, però, è destinata a rimanere inevasa. Possiamo solo ipotizzare alcune risposte. Forse, dietro le quinte del memoriale, c’è in Agostino la consapevolezza di avere vissuto un’esperienza significativa, da ricostruire nella sua dimensione globale, e quindi da fare conoscere e trasmettere alle future generazioni. Ma potrebbe anche costituire una sorta di atto di riconciliazione con le persone incontrate nel contesto di emigrazione (connazionali e Argentini) e la società intera, oltre che una forma di ringraziamento, per le vicissitudini sofferte e la capacità di resistenza di fronte ai tanti sacrifici imposti da situazioni e circostanze molte volte decisamente sfavorevoli. Ma nel contempo non si può trascurare nel memoriale, sul piano più generale e oggettivo, il valore di documentazione del processo di miglioramento graduale delle condizioni di vita, che ha consentito ad Agostino di sperimentare alcuni traguardi economici i quali, seppure non abbiano accumulato grandi fortune, hanno però consentito ai suoi figli di vivere decorosamente e con dignità, a testa alta, nel nuovo Paese. Un comportamento esemplificativo per la maggioranza degli emigranti bergamaschi. Una relativa e necessaria tranquillità economica, sulla quale fondare una famiglia e consentire ai figli di studiare in collegio. Non è stato poco, per l’emigrante di Zambla Alta che raggiunse l’Argentina con una valigia e un baule carichi di preoccupazioni e di sogni, e soprattutto non è stato facile, poiché il progresso ha rappresentato il frutto di quotidiani e costanti sacrifici. Anche dopo i momenti di afflizione più duri, in Agostino la speranza ha sempre vinto sulla disperazione e la lotta per la vita riprendeva ogni volta con determinazione, invocando anche l’intercessione dei propri Morti e di Maria Santissima, come lui stesso ha ricordato più volte nel racconto autobiografico. Per Agostino ha funzionato un sistema di lettura e interpretazione della realtà in cui il ruolo del divino è sempre stato presente e la preghiera lo ha aiutato a superare le difficoltà della vita e ad accettare anche le situazioni più sofferte.
Nel memoriale Agostino non parla solo di sé stesso, ma anche di Francesco, il fratello con il quale ha condiviso la grande scelta migratoria. Essi si spalleggiano a vicenda e ciascuno rappresenta per l’altro l’unica garanzia e l’appoggio sicuro in un paese sconosciuto. Anche quando le circostanze della vita e del lavoro li hanno separati provvisoriamente, i due fratelli si sono ricercati in continuazione, come se non avessero potuto vivere a lungo separatamente, nella comune convinzione di dovere essere di aiuto reciproco e mettere così in atto i principi di unità della famiglia estesa acquisiti in Italia. Il grande valore della corresponsabilità, grazie al quale gli emigranti bergamaschi sono sempre stati portati a sentirsi inseriti in un forte contesto di gente e di appartenenza, avvolti da una serie di relazioni sociali, anche a distanza, con i familiari rimasti nel villaggio della loro infanzia, che hanno rappresentato validi e fermi punti di riferimento per le scelte future, àncore di salvataggio cui aggrapparsi nei momenti di sconforto. Accanto alla profonda fede religiosa, anche il senso della famiglia li ha aiutati a sopportare le difficoltà di inserimento nel nuovo contesto sociale, così diverso da quello che avevano lasciato alle spalle a Zambla. L’emigrazione, del resto, anche per Agostino e Francesco non ha rappresentato un atto di ribellione e non è stata una risposta individuale a uno stato di necessità economica, bensì ha significato, pur nel dramma individuale, una sorta di adesione a una condizione, ancorché dolorosa e necessaria, che nobilitava l’intera famiglia e il paese di residenza. Un passaggio essenziale, quasi naturale e condiviso da tutta la comunità, da superare positivamente per la conquista del benessere economico. Un evento collettivo, non solo un fatto personale, frutto di una scelta dell’individuo. Per molte generazioni di valligiani era un fatto naturale fare la valigia e cercare lavoro anche in terre lontane. I due fratelli, infatti, sono partiti da Zambla simulando contentezza, con il sorriso sulle labbra e il pianto nel cuore, sofferente e lacerato. Sul piano sociale, l’emigrazione era un fatto accettato dalla comunità locale, anche come valvola di sfogo per una economia locale che non bastava più a sostenere il carico dovuto all’incremento demografico dei primi decenni del Novecento. La “contentezza” dell’emigrante è riposta proprio in questa superiore “coscienza” sociale, che sul piano personale nascondeva la sofferenza dovuta al distacco fisico. Anche in Argentina, colto dallo sconforto, in diversi momenti Agostino si ritirava in solitudine per piangere e pregare, ma senza farsi scorgere da Francesco, per non trasferire sull’altro la propria sofferenza. Una forza d’animo mirabile, un senso del dovere altissimo, in grado di contenere le emozioni personali per dare spazio invece al senso pratico della vita e alle sue necessità contingenti, ancorché imposte da una situazione oggettiva non voluta, ma tollerata. La forza d’animo per sostenere scelte necessarie di fronte alle avversità, il valore della famiglia, la responsabilità di dover lavorare per il benessere dei propri cari e il progresso del gruppo, unitamente al coraggio dell’intraprendenza e dell’avventura sono solo alcuni dei capisaldi valoriali che hanno sostenuto la scelta migratoria dei due fratelli in un Paese ancora poco conosciuto: era stato loro riferito solamente che laggiù c’era il lavoro e soprattutto la possibilità di guadagnare i soldi abbastanza facilmente. Così però non è stato e i Nostri si sono resi subito conto delle prime difficoltà già durante il viaggio e in particolare nei primi giorni di permanenza presso l’Hotel degli Immigranti di Buenos Aires, dove i nuovi arrivati camminavano come tante pecore sperdute nel bosco. L’unico riferimento che Agostino e Francesco avevano in Argentina era un indirizzo impreciso di due altri compaesani, che prima di loro avevano optato per questo Paese latino-americano, ma da molti anni essi non davano più notizie. Molto efficace è la descrizione della partenza e del primo viaggio sulla nave, come pure dell’arrivo a Cañada Seca: il memoriale, in queste circostanze, si trasforma in un vero e proprio diario di viaggio e i due emigranti diventano improvvisamente altrettanti esploratori del nuovo mondo, che per un verso non appare ostile, ma sostanzialmente si disinteressa di loro e non si occupa dei problemi di inserimento dei nuovi arrivati. Bisogna trovarsi in queste condizioni, per sapere quanto grande sia la tristezza di una persona, quando gli manca la speranza di raggiungere una cosa assolutamente necessaria e urgente, afferma Agostino nel memoriale. La prima esperienza a Cañada Seca, infatti, è stata abbastanza deprimente, per la mancanza di prospettive e la vita miserevole nel campo, come pure quella successiva a Córdoba, la quale pose in evidenza soprattutto le difficoltà relazionali con alcuni connazionali, che spesso e volentieri, anziché aiutare i nuovi immigrati, se ne approfittavano, ossia li facevano lavorare senza riconoscere loro alcun corrispettivo.
Agostino a Francesco compresero subito che l’Argentina non era affatto quel Paese dove era facile accumulare ricchezza, come era stato loro detto. Dopo le prime esperienza negative, pensarono dì di fare ritorno in Italia, ma come sostenere le spese di viaggio? Non rimase altra alternativa per i due fratelli che calarsi sempre di più dentro la realtà del luogo, lasciandosi in qualche modo trasportare e coinvolgere dagli eventi.
I primi anni sono un susseguirsi di lavori saltuari e di fatica: raccogliere il mais nei campi di Cañada Seca, caricare mattoni sui camion, dissodare terra incolta a Piquillin per rendere fertili altri campi (e concludere così il processo di colonizzazione avviato oltre cinquant’anni prima), realizzare infrastrutture di servizio nelle stazioni del ferrocarril da Villa del Rosario sino a Torres, caricare carbone su vagoni ferroviari, produrre carbone in un campo fletero,… Molte volte essi guadagnavano solo lo stretto necessario per sopravvivere in condizioni miserevoli.
Dopo avere tentato di lavorare nel commercio del carbone, organizzando con un terzo socio l’attività sulla planchada del ferrocarril, i due fratelli decisero in seguito di abbandonare anche questo mestiere, perché assai sfruttato e poco redditizio. Stabilirono di produrre essi stessi il carbone, acquistando il legname su estese aree a bosco da tagliare e carbonizzare. Pure l’esperienza nei boschi di Las Arrias risultò deludente, a causa della distanza delle aree boscate e per l’assenza di comode vie d’accesso per l’esbosco. Ritentarono a Malbran dove, nel 1942, acquistarono altre foreste,

Luogo di edizione: Bergamo
Anno di edizione: 2013
Autore: Antonio Carminati (a cura di)
Pagine: 92