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La civiltà dei bergamini - CALENDARIO 2018

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I bergamini nelle foto scattate nelle valli orobiche e in pianura novant'anni fa da Paul Scheuermeier, studioso e ricercatore svizzero.

IN COPERTINA: il carèt del bergamì in viaggio. Mentre la mandria pascola, il carro rimane nel prato vicino alla strada. Il telo bianco che copre il carro durante il cammino è stato tolto. Le gabbie con i polli, il vitellino e i bambini sono stati messi a terra. Nel carro passeranno la notte le donne con i bambini, mentre il bergamì dormirà per terra sotto la sua coperta, senza mai allontanarsi dalle sue vacche. L’indomani il cammino sarà ripreso in direzione di Crema. Sant’Omobono Imagna (Bergamo) 27.09.1927
Contributo: 10,00 €
Descrizione

 

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INIZIATIVA FINALIZZATA AL RECUPERO DI FONDI

PER IL RESTAURO DELLA STALLETTA NELLA CONTRADA RONCAGLIA 

 

Il calendario è allegato al volume di Michele Corti, La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal XIV al XX secolo, Edizione Centro Studi Valle Imagna.

 

Originari della Val Brembana essi hanno costituito un’industria nomade che esercitano da secoli col più curioso degli attaccamenti, e dalla quale rivolgimenti sociali o mutate condizioni economiche non sono riuscite a staccarli. Per questo essi rappresentano, rispetto alle altre attivita sociali, una strana forma anacronistica, una perseveranza o una sopravvivenza del passato. Colla primavera [...] i bergamini lasciano la pianura dove hanno trascorso l’inverno e dal basso milanese, dal cremonese o dal lodigiano vanno colle loro mandrie verso le nostre montagne. Attraversano le città nelle vie meno battute portando ai cittadini chiusi nei loro alveari di case e nei loro labirinti di vie assolate la nota festosa delle loro campanelle, che li annunzia con gravi tocchi cadenzati, ed il senso della loro vita semplice e libera. È uno spettacolo quanto mai pittoresco il passaggio della lunga colonna di bestie che prosegue docilmente mentre i mandriani con esclamazioni aspre e gutturali dirigono ed animano, coadiuvati dal fedelissimo cane. Chiudono il corteo i carri sui quali stanno le donne, i fanciulli e i neonati bovini, e gli attrezzi della loro industria: grosse caldaie per la cottura del formaggio, zangole - i penacc - per il burro, secchi di legno, fasci di collari - i gambise - ed altre poche suppellettili. La mandria viene raccolta nel barech, specie di fortilizio delimitato da muri a secco o da tronchi d’albero intrecciati con lunghi rami. Ogni giorno i bergamini attendono al pascolo delle bestie, dirigendo gli spostamenti della mandria verso zone erbose non ancora sfruttate, o guidandole alla pósa (specie di vasca circolare ove si raccoglie l’acqua piovana). Nelle lunghe ore di inattivita essi riposano appoggiandosi ai loro bastoni di avete [...] Ogni tanto scendono al paese coi muli per vendere i prodotti della loro industria, il formaggio semigrasso di monte, il burro e la ricotta. [...] I bergamini costituiscono una classe di persone che hanno mantenuto le loro abitudini di vita patriarcale e primitiva; isolati dalle altre classi sociali, con scarso senso associativo, legati alla loro attivita da un eredità secolare di tradizioni e pregiudizi [...]. Montanari per origine e per abitudini, proprietari di bestiame ed allevatori, col-l’aumentare delle loro mandrie essi hanno dovuto chiede alla pianura il sussidio per l’alimentazione invernale della bergamina, trasmettendo poi di generazione in generazione le abitudini di vita transumante. Sono quindi dei proprietari di bestiame, talora con capitale ingente che non hanno beni nè in pianura nè in montagna. Prendono in affitto per un periodo consuetudinario di nove anni i pascoli della montagna dai privati o dai comuni, e zone del piano dai proprietari di laggiù. Questa continua spola fra le montagne ed il piano ha fatto sì che molte famiglie montanare si fissassero in pianura. Così i Magenes di Valleve, gli Avogadro della Val Seriana, i Papetti di Foppolo, ecc. Il fenomeno della fissazione dei bergamì al piano, preveduto da Jacini verso la meta del secolo passato, è ora notevolmente accentuato sì da segnare il lento scomparire di questa particolare attività. I bergamì sono robusti, di carnagione fresca e vermiglia, non mai scalzi come del resto la gente di montagna, con rozzi vestiti e col tipico grembiale azzurro. Si vedono ancora nelle nostre valli dei vecchi con l’antico costume del pastore che abbiamo anche osservato nelle esibizioni dei costumi di Parre, il paese che più d’ogni altro ha conservato costumi pastorali. Cappello scuro e rotondo, giacchettino corto, calzoncini al ginocchio, uose che rivestono tutta la gamba, calze rosse, camicia bianca ricamata, ed i caratteristici anellini alle orecchie; immancabile il capace ombrellone rosso usato e pure il tabarro, o la polaca, che anticamente aveva uno speciale significato, specialmente come segno di lutto, e per questo veniva portato varie domeniche di seguito. Le donne oltre alla cuffietta portano il busto e una lunga gonna pieghettata. Nel loro linguaggio usano il nostro dialetto rustico con molte voci antiquate e molti vocaboli che fanno parte del furbesco, usato dai pastori anche oggi [...] detto gaì o spasel [...]. Le fortissime tendenze conservative dei bergamini - comuni del resto a tutto il mondo agricolo - ci spiegano come essi non abbiano ancora adottato i nostri sistemi di misure, ma nei loro scambi usino solo pesi e misure antiquate o convenzionali. Cosi per il latte usano ol pis, che equivale a 8 Kg. e viene suddiviso in 100 parti dette lire. Certuni usano ancora al bras, ol ster, e la libbra. [...] Nelle credenze dei bergamini persistono, per quanto attuenuati, molti ricorsi pagani e medioevali. Una grande importanza hanno per essi gli astri ed in modo speciale la luna, dell’influsso della quale e tenuto in gran conto nella conservazione del formaggio e nel taglio della legna. Certe affezioni del bestiame sono ancor oggi chiamate “mal della luna”; molte malattie sono poi interpretate come dovute ad un particolare agente patologico e sono attribuite al cosi detto cólp de mòrbe [...]. Lo sfondo sul quale intrecciano le loro leggende è terrificante; draghi, streghe, orchi, animali dalle forme inverosimili e grottesche, le narrazioni delle gesta dei quali fa battere di paura il cuore dei piccoli. Vi è poi un florilegio di racconti di paurose visioni di anime trapassate “confinate” o vaganti la notte per la montagna e che talvolta si fanno “sentire” anche nella baita [...] Quando alla Madonna d’agosto i mandriani scendono al paese per trattare l’affitto dell’alpe, e la compartita, cioè la partizione delle quote di ognuno, essi sogliono chiudere la giornata con una “sbornia” che se è solenne è invero poco austera. Quando nel paese si festeggia qualche evento religioso, essi al tramonto accendono sui loro monti dei grandi fuochi - o falò - che fanno durare per lungo tempo, mescolando così inconsciamente ad una tradizione cristiana un simbolismo di marca pagana. Accade spesso di osservare bastoni, bàsoi, secchie, cucchiai di legno, intagliati con un paziente lavoro di coltello. Raramente questi lavori - che di solito consistono in ornamentazioni primitive - raggiungono forme di qualche valore artistico (L. Volpi, I bergamì, in Rivista di Bergamo, giugno (1930):261-266). Questo brano è stato tratto dal volume di Michele Corti, La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal XIV al XX secolo, Edizione Centro Studi Valle Imagna, 2014.

 

 

Pagine: 15
Luogo di edizione: Sant'Omobono Terme
Anno di edizione: 2017
Autore: Fotografie di Paul Scheuermeier